15 aprile 2018

Il Declino della Violenza, di Steven Pinker

Ho appena completato la lettura di questa monumentale e fondamentale opera che, oltre ad avermi 'convinto', mi ha anche spinto a verificare quello che mi veniva semplicemente raccontato.
Le tesi di Pinker, quindi, hanno assunto più un valore di verità scientifica che di ipotesi.
Del resto, Pinker  collega i lavori scientifici di centinaia di fonti.
Nonostante le evidenze raccolte, tuttavia, la realtà descritta da Pinker resta negletta.
L'Italia del2018 è percepita come un posto povero e pericoloso mentre i numeri dimostrano che rispetto al resto del mondo extra UE (Figuriamoci rispetto a 200 anni fa) è un posto straordinariamente ricco, pacifico e sicuro.
Ma anche solo ricordarlo è praticamente tabù:
gli strumenti della modernità sono accettati solo in parte e in maniera parziale.
Abbiamo tutti un terminale di rete ma in pochissimi ne accettano le implicazioni matematiche, fisiche, insomma, scientifiche.
L'utente di una macchina complessa che funziona solo al rigoroso uso delle conoscenze può serenamente convincersi che tali conoscenze scientifiche siano false.
Da cui sentimenti (e azioni) anti Unione Europea, vaccini, immigrazione, diritti umani.
Il Libro è anche una gigantesca operazione di smascheramento bufale.
La modernità, infatti, ha moltissimi fieri e fanatici nemici, Laudator temporis acti, nostalgici di un' immaginaria età dell'oro che non è mai esistita.
I nativi americani avevano un tasso di omicidio di un ordine di grandezza superiore al tasso di morte degli europei durante le due guerre mondiali.
Gli eschimesi hanno un tasso di omicidio di 100  ogni 100 mila abitanti, lì dove in EU è di 1 e nel decennio più violento della storia contemporanea degli USA era di 10.
Avete capito bene: immaginatevi un posto dove il tasso di omicidi è dieci volte quello di film tipo 'le brigate della morte' o 'Bronx' o 'i guerrieri della notte'.
La 'tranquilla vita di campagna' in armonia con la natura era una lotta per la sopravvivenza in cui anche l'esigua minoranza dei sopravvissuti all'infanzia viveva letteralmente sui propri escrementi lavorando dall'alba al tramonto per tutta la vita, eccetto i 2-3 giorni  precedenti la propria morte.
Ovviamente puzzando come bestie ed infestati da parassiti.
E senza nessun accesso alla bellezza di alcun tipo.
Ma l'approccio scientifico e statistico smaschera rapidamente questo genere di favole.
L'autore non ha dubbi e meno ne lascia nel lettore anche diffidente:
il luogo più prospero e pacifico della Storia dell'Umanità è l'Unione Europea degli inizi XXI Secolo.
E, tra alti e bassi, in molte parti del mondo standard di diritti e qualità della vita si stanno alzando fino ai nostri.
Un mix di progresso tecnologico e diffusione tra larghi strati della popolazione di conoscenze di base neppure troppo avanzate ha innescato una spirale di azioni positive che hanno portato in poche centinaia di anni alla scomparsa di schiavitù, cultura dello stupro, aberrazione dell'Onore.
E' probabile che si sia superata la soglia critica oltre la quale la continua diffusione di conoscenza e razionalità porti ad un continuo miglioramento delle condizioni di vita dell'Umanita, ma il processo, tuttavia, non è irreversibile.
Per quanto riguarda il testo posso muovere solo una lieve critica al ruolo del Cristianesimo:
le critiche che Pinker avanza al Cristianesimo in particolare e alle religioni in generale sono tutte condivisibili. E' senz'altro oggettivo che il piatto della bilancia penda nel settore della violenza religiosa piuttosto che in quello delle buone azioni.
Tuttavia, Pinker liquida troppo rapidamente l'irrilevanza del Cristianesimo nella generazione della rivoluzione dei diritti e della Lunga Pace.
I Diritti dell'Uomo non nascono nel Giappone Shintoista, nè nella Cina Confuciana o nell'India Buddista.
E nemmeno nell'Islam.
Nascono nel Cristianesimo e l'irrilevanza di questo fattore va dimostrata, non semplicemente enunciata.
Dopo aver dimostrato come le 'società extraeuropee' siano state tra i luoghi più violenti della Storia l'Autore spiega in maniera non troppo convincente l'irrilevanza della correlazione tra Rivoluzione dei Diritti e Cristianesimo.
Tuttavia,  sia di stimolo ai lettori interessati, Pinker stabilisce almeno una circostanza in cui la Chiesa è stata di fondamentale importanza per la drammatica riduzione della violenza:
gli anni '80 e '90 del XX secolo negli USA quando le Chiese locali si impegnarono combattendo sul campo povertà e violenza contribuendo sensibilmente alla diminuzione del tasso di criminalità.
Un risultato banale, se ci pensate: se i preti fanno i preti e non i mantenuti i dividendi per la Comunità arrivano puntualmente...
Credo che questo testo dovrebbe essere di lettura obbligatoria almeno dal livello di istruzione universitaria in poi.
E, che, quando si parla di immigrazione, violenza, diritti, criminalità, guerra e pace ci si debba attenere strettamente a criteri scientifici abbandonando pregiudizi e preconcetti.
Vale davvero la pena investire energie nella lettura di questo libro: si va a dormire sereni.


14 aprile 2018

Il NoVax dell'Anima: il PACIFINTO

Dalla Treccani:

pacifinto s. m. e f. e agg. Chi si proclama pacifista, senza operare realmente per il conseguimento di soluzioni pacifiche;

Ad esempio, colui che ha assistito impassibile a Putin che ha mandato questi




a fare questo 



in Siria senza preoccuparsi minimamente di protestare o anche solo accorgersene consciamente.

E' colui che ha assistito a questo, almeno TRE volte, 






risolvendo il suo problema cambiando canale e scrollando le spalle tipo "Ah, ma a Gaza è peggio" senza manco mettere uno straccio di arcobaleno alla finestra.

Eppure si straccia le vesti quando le persone che si sono prestate ad obbedire agli ordini di spargere il gas vengono colpite dagli americani (al momento senza perdite tra i civili).

(Per tacere de Curdi macellati dai Siriani).

Se questo è un uomo.

250mila morti in silenzio e oggi ve ne venite con Gianni Rodari e fake news grandi quanto l'Oceano Pacifico?

Ma non vi vergognate?

13 aprile 2018

IT, di Stephen King

"Bill, lo sai chi è il mostro più mostro di tutti?"
"No, Silvia, dimmi, chi è?"
"It".
"Hai letto IT?"
"Sì, mi ha fatto veramente paura!"
E te credo...
"L'ho appena letto pure io, sai?"
"E hai avuto paura?"
"Sì, anche se non ho avuto paura di IT."
"Ma come? E' il mostro! Non hai avuto paura del mostro? Allora devi essere coraggiosissimo!"
"Ma no, non sono così coraggioso, solo non ho avuto paura di IT perchè IT non esiste, ma lo stesso ho avuto paura, te l'ho detto."
"Ah, non hai avuto paura del mostro ma hai avuto paura lo stesso? E di chi hai avuto paura?"
"Silvia, pensaci: IT esiste?"
"Mhmm, Bill, se ci penso ora no, ma se leggo da sola prima di addormentarmi allora mi viene il dubbio..."
"Però se ci pensi, ma davvero ci pensi, IT non esiste, giusto?"
"No, IT non esiste, è vero."
"Quindi non si può avere paura di qualcosa che si sa non esistere."
"No, è vero. Però tu hai avuto paura lo stesso, no?"
"Sì, ho avuto paura, ma di cose che, purtroppo, esistono. Hai presente i bulli? O i genitori che maltrattano i figli? O i razzisti che danno fuoco al locale dei soldati neri?"
"Sì, Bill."
"Ecco, di loro ho avuto paura. Perchè sono cose che non dovrebbero esistere ma invece esistono eccome."
"Ma è solo un libro, Bill".
"E' il contraio".
"Non ho capito, cosa intendi?"
Eh, non sei la prima nè l'ultima.
"Facciamo un esempio. Immagina di star seduta su una panchina e assistere ad una brutta cosa, ad esempio uno scippo o a un atto di bullismo o a un adulto che maltratta un bambino: sono tutte cose cattive, vero?"
"Sì Bill."
"E tu hai visto il male. Magari piccolo, ma sempre male."
"Sì, è vero."
"Secondo te quel male dove va a finire?"

"Beh, nella persona che lo ha fatto."
"Sei sicura? E chi il male lo ha subìto? E in te che hai assistito?"
"Non lo so, dici che posso diventare cattiva se vedo succedere qualcosa di brutto?"
"No, ma se ti spaventi o se la cosa ti turba vuol dire che un po' male ti senti anche tu, che ne pensi?"
"Penso di sì."
"E se invece non te ne importa nulla?"
"Ah, beh... Forse se vedo una cosa brutta e non me ne importa nulla penso che allora davvero mi sono abituata al male".
"Che è bene o è male?"
"E' male, Bill."
"Io penso che il male commesso da una persona cattiva contro un innocente non si esaurisca lì, ma resti come nell'aria ed entri in tutte le persone che sono in qualche modo coinvolte."
"Allora siamo tutti in pericolo Bill! Come possiamo fare?"
"Beh, esercitarsi a combattere il male non è difficile ma è molto faticoso: ti ricordi della Buona Azione? E' un buon punto di partenza, poi, quando sarai più grande ci pensiamo."
Sì, campa cavallo...
"Comunque, torniamo all'esempio. Se le persone cattive spargono il male e ne spargono abbastanza questo male non svanisce, ma si appiccica un po' ovunque e soprattutt in tutte le persone lì attorno. Ed esistono delle persone, gli scrittori, che sono capaci di prendere tutto il male sparso per il mondo dalle persone e di descriverlo. Per esempio, immaginati IT senza IT. Sarebbe una storia senza male senza IT?"
Silvia ci pensa e poi stila il suo elenco:
"No, ci sono i bulli, c'è il papà cattivo, anzi, ce ne sono due. Poi ci sono tutte quelle persone a cui non importa niente. E ci sono quelli che hanno buttato nel fiume quel poverino e quel ragazzo che ha fatto quella cosa brutta al fratellino e la mamma che fa mangiare troppo il figlio e l'altra mamma che lo fa ammalare e.."
"Già. Ecco, mi hanno fatto paura loro, tanta paura."
"Eh, Bill, mi sa che sono molto più spaventosi di IT."
"Però per battere IT si deve essere fortissimi, super. Forse per battere quegli altri basta fare le formiche e portar via il male un granello alla volta."
"Quindi una B.A. al giorno leva IT di torno?"
"Sì, Silvia, penso proprio di sì. Leva di torno lui, la paura e tante cose brutte.

Arcanda ha chiamato: andiamo?"




PS: ero sotto la doccia mentre pensavo alla conclusione di questa recensione, esco e la tenda della finestra decide, da sola, di srotolarsi di botto. Immaginatevi le conseguenze...

25 febbraio 2018

Ragazzi Fuori: perchè non possiamo (vogliamo?) accogliere tutti, i risultati del Sondaggio

Ho perso tempo e ne ho fatto perdere ai miei lettori.
Ecco qui i dati:



Come vedete per la maggior parte gli ex capi sono... Capi Brevettati, cosa grave ma in linea con le statistiche. Anche la mia esperienza (non statistica) lo conferma ed io stesso ho smesso con l'impegno full time Branca+Campi+Regione+IVA dopo aver ricevuto il Gilwell.


Il mondo lavorativo la fa la padrona come causa di maggiore incompatibilità e, a seguire, la Famiglia e gli altri impegni personali.
Questo 17% di eretici mi piace: pretendono di essere uomini e donne normali e non missionari.
Una nota di speranza: più del 60% degli intervistati tornerebbe a fare servizio una volta eliminata l'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Goccia non ben identificata.
Probabilmente il test non è stato ben formulato, perchè alla fine l'ultima goccia non ci è dato sapere esattamente quale sia. Io pure, per problemi lavorativi e familiari, sono a poco più che mezzo servizio (salto quasi tutto il TD, quest'anno pure la Caccia Atmosfera e solo per il 2019 c'è qualche ragionevole speranza di tornare a fare tutto, campi inclusi). Ma il problema di eliminare le liste d'attesa, mi spiace, ha comunque un'unica soluzione: più capi. Come evitare la moria di capi, però, questo test non ce lo ha indicato in maniera sufficientemente chiara.
Ecco, quindi, l'estrapolazione sulle cause di abbandono:








Nel contorno al sondaggio segnalo una discussione su Facebook (di cui sono stato testimone e non attore) piena di amarezza sulle problematiche di Co.Ca.
Non credo che ci sia molto da fare in merito. Puoi avere fortuna o sfortuna, dipende da dove ti trovi e dalle persone che incontri e noi siamo fortunati. L'Agesci non è un monolite e gran parte di quello di cui si discute a Roma resta lettera morta, nel bene e nel male.
Alla fine, quindi, l'utilità di sfoghi e conversazioni e discussioni sul Metodo è trascurabile.
No, dico, sono poco utili le deliberazioni del CG, spesso nebulose e dall'origine ignota (si pensi all'abolizione delle strisce di Capo Sestiglia motivata con un 'è emersa la necessità'), si devono subire cose come la Formazione Capi che sembra inventata da Maria Antonietta subito dopo aver pronunciato il celebre aforisma "non hanno pane perchè allora non mangiano brioches?" e varrebbe la pena lamentarsi su Facebook delle liti in Co.Ca., dello scadere del Metodo o di altre amenità?
Credo che sia tutto tempo perso.
Eccetto il paio di casi di Capi che hanno abbandonato in quanto allontanati in base al loro Orientamento Sessuale.
Su questo ci sarebbe da discutere a lungo e mi riservo di farlo in futuro.
Le esperienze amare sono numerose nello Scoutismo, ma credo che il miglior antidoto sia cercare persone compatibili e rimettersi all'opera.
Io penso che, al netto del bene o del male per i ragazzi, in coscienza di Capo, si possa tranquillamente inserire tutto quello che è di extra rispetto alle attività di Branca in un minimo di rumore di fondo inevitabile. La discriminante? Quello che fanno i ragazzi. Perchè lo scoutismo è fatto da loro. Se in una data situazione i ragazzi hanno un ruolo minoritario o assente allora stiamo sereni: è roba da adulti e pertanto trascurabile.
Certo, sarebbe utilissimo iniziare a scrivere Pane al Pane e Vino al Vino su questioni di metodo sulla Stampa Associativa e sui manuali, ma nemmeno questo, poi, è indispensabile.
Sarebbe davvero bello riuscire a raddoppiare l'età media di Servizio dei Capi, ma dopo questo piccolo lavoretto di ricerca non ho un'idea migliore di come fare.
E dopo questa digressione nello Scoutismo da Tastiera prepariamoci ad una Primavera di Voli e lasciamo perdere il resto.

Dopotutto, riformare l'Agesci non è difficile: è inutile.

23 febbraio 2018

Ragazzi Fuori: perchè non possiamo (vogliamo?) accogliere tutti (Con SONDAGGIO)

Perchè si smette di fare servizio?
"Ehi! Ma non dovevi parlare di ragazzi che non si riescono ad accogliere nei gruppi scout?"
Ah, ma è prorio così.
I gruppi scout sono un numero limitato, con un numero limitato, seppur molto flessibile, di posti disponibili.
In Italia, in genere, per entrare negli scout ci si deve iscrivere per tempo e rassegnarsi alla permanenza in liste di attesa.
Questo non è vero sempre, so che ci sono molti gruppi, a macchia di leopardo, che hanno difficoltà a restare aperti per mancanza di ragazzi.
Ma, in genere, è il contrario: siamo sommersi dalle richieste di ingresso.
Capita, quindi, che le nostre unità siano perennemente in sovrannumero.
Anche se nei test su facebook riguardo la conoscenza spicciola del Metodo il mio risultato è immancabilmente 'sei la reincarnazione di BP' ci sono ben troppi lettori che hanno avuto la sventura di avermi come Capo e che conoscono bene il numero di cappelle disseminate durante la mia carriera.
E, se BP in persona riteneva di non poter seguire un numero di ragazzi maggiore di 30, è chiaro che la mia efficacia come Capo tende ulteriormente a ridursi quando superiamo del 30% il limite stabilito dal nostro fondatore.
Quindi, ci sono vari punti di vista che, secondo me, concorrono a formulare la domanda iniziale, ed ecco, secondo me, il perchè:


  • Ci sarà sempre un 'caso' in più. Quindi, anche se le unità scoppiano, ci sarà sempre una Persona che ha bisogno del nostro aiuto: è matematico. Quindi, accogliere una Persona in più non risolve il problema dell'accoglienza, aggiunge quello dell'equità rispetto al prossimo 'caso' che busserà alla porta 5 minuti dopo il precedente e contribuisce ad aggravarne un altro:
  • Il metodo prevede dei limiti nel rapporto Capo Ragazzo su cui si fonda. E' farmacologia: 1000 mg di paracetamolo ti fanno abbassare la febbre, 500 no (provato sulla mia pelle con l'influenza di quest'anno e certificato dal medico che mi ha detto che prenderne troppo poco è come non prenderne affatto). Lo Scoutismo funziona secondo elastiche ma, comunque, definite condizioni al contorno; Se ci sono 10 ragazzi di troppo ci sono 40 ragazzi che fanno uno scoutismo meno efficace. E, poi, magari, abbandonano col duplice danno di aver occupato un posto, esaurito risorse e non aver trovato il Fratello Maggiore ma solo una figura indistinta con cui relazionarsi da lontano...
  • Quella dei bambini non accolti, quindi è una questione di demografia: come da wikipedia, L'AGESCI è in Fase stazionaria elevata, con quozienti di natalità e di mortalità elevati, popolazione variabile ma con scarso incremento a lungo termine; entrano (o vogliono entrare) tantissimi bambini, ne escono comunque tanti (2/3 fino al Clan) e, in più, la mortalità dei capi è elevata, si parla di una durata media in Servizio 4,43 anni  (dati del triennio 2008/2010) da confrontarsi con i 6 anni necessari in media per ottenere la Nomina a Capo effettiva.

In termini semplici, se si vogliono accogliere più ragazzi servono più Capi che possano mantenere attive più Unità con organico adeguato a mantenere efficace il Metodo.
Poi, se proprio volete un pippone logorroico io ve lo regalo pure.
Cedo che questo sia un caso in cui i freddi numeri siano molto più umani dei buoni sentimenti.
Esiste un numero di unità che saturano il territorio, cosa che resta sostenibile: non è vero il contrario, ossia non è pensabile risolvere il problema saturando le unità e lasciando comunque il territorio in deficit.
E' inutile lambiccarsi il cervello su come infIlare tipo sardine altre persone in unità già sovraffollate.
Sarebbe molto utile, invece, scervellarsi per innalzare la vita media dei Capi fin oltre il punto di gemmazione. 
Ossia fino a quando è possibile sdoppiare le unità e accogliere, conseguentemente, molti più ragazzi in perfetta sicurezza.


Tanto per avere un'idea delle motivazioni che spingono un Capo ad abbandonare il Servizio e con poche finalità scientifiche (e vi assicuro, nessuna polemica) ecco qui un sondaggino di cui pubblicherò i risultati se riesco a raggiungere almeno 50 risposte (auspicabilmente almeno 100):

Quindi, cliccate QUA e buon proseguimento.

EDIT: il sondaggio è chiuso con 127 partecipanti, ecco QUI i risultati grezzi in .csv, se posso aggregarli un po' meglio aggiungerò un link



PS: 
se volete una storia edificante, ve la fornisco tranquillamente.
Qui:


la foto di un libro che mi fu regalato quando avevo 7 anni.
Come potete vedere è parecchio consumato, no?
Ho letto e riletto quel libro per anni in attesa di poter entrare negli Scout.
Poi, ci sono entrato.


18 febbraio 2018

Energia ed Equità: elogio della bicicletta, di Ivan Ilich

Questo breve saggio (qui una versione online abbastanza completa) è stato scritto nel 1973 da Ivan Ilich, filosofo (e molto altro, tra cui Sacerdote) austriaco.
Erano i tempi dello shock petrolifero, quando l'Effetto Serra era molto in basso rispetto all'Inverno Nucleare nella lista delle paure collettive.
Erano i tempi in cui in Italia c'erano più famiglie che macchine.
Eppure, queste parole sono pensate per il futuro.
Per oggi.
Devo premettere che so molto poco di Ivan Ilich e che queste pagine hanno molto solleticato la curiosità verso il suo pensiero.
Iniziamo, tuttavia, dai numeri.
Vi alzate, vi fate un caffè, vi lavate, vi vestite ed uscite di casa.
10 morti.
Passate la giornata in ufficio.
80 morti.
Sono numeri reali, tristissimi, scandalosi.
Ogni ora, in Italia, 10 persone muoiono prematuramente a causa dell'inquinamento atmosferico.
Ivan Ilich ha previsto questa catastrofe in tempi non sospetti.
Ma il titolo italiano è fuorviante.
Infatti, parla ben poco della bicicletta e assolutamente non ne parla da un punto di vista della 'bellezza'.
Il titolo originale del testo, infatti, è "Energia ed Equità".
Ilich parla della bicicletta solo verso la fine, come esempio di strumento di mobilità equo ancor prima che sostenibile.
Infatti, se le preoccupazioni per la mortalità da traffico sono ben presenti nel suo Pensiero, Ilich ci ricorda che 
"Anche ammettendo che una potenza non inquinante sia ottenibile e in abbondanza, resta il fatto che l'impiego di energia su scala di massa agisce sulla società al pari di una droga fisicamente innocua ma assoggettante per la psiche"

Di fatto, Ilich da per scontata ed acquisita la letale attitudine dell'automobile ad uccidere sia per via meccanica che per inquinamento e si spinge a dimostrare, invece, l'esistenza di un rapporto ben preciso tra livelli di energia adoperati da una società ed il suo livello di equità.
La bicicletta, in pratica, viene citata solo perchè è uno dei pochi strumenti che consentono un risparmio di energia rispetto al semplice gesto di camminare.
Infatti, "non appena la velocità di certi veicoli ha superato la barriera dei 25 chilometri orari, ha cominciato ad aggravarsi la penuria di tempo legata al traffico"
E, guarda caso, 25 km orari è la velocità di crociera massima di una bicicletta in pianura.
Il calcolo è semplice:
"Per trasportare un grammo del proprio peso per un chilometro in dieci minuti, consuma 0,75 calorie... L'uomo in bicicletta può andare tre o quattro volte più svelto del pedone, consumando però un quinto dell'energia: per portare un grammo del proprio peso per un chilometro di strada piana brucia soltanto 0,15 calorie"
Ilich neppure calcola il bilancio energetico dello stesso spostamento per una automobile, in quanto operazione irrazionale ed iniqua.
"Inoltre la bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un'auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da un'unica vettura. Per portare 40.000 persone al di là di un ponte in un'ora, ci vogliono tre corsie di una determinata larghezza se si usano treni automatizzati, quattro se ci si serve di autobus, dodici se si ricorre alle automobili, e solo due corsie se le 40.000 persone vanno da un capo all'altro pedalando in bicicletta".
E' necessario, tuttavia, leggere in proprio il testo per assorbirne la determinazione e la profondità.
Mi permetto, tuttavia, un'ultima citazione:
"L'alta velocità capitalizza il tempo di poche persone a un tasso spropositato, ma paradossalmente lo fa deprezzando il tempo di tutti gli altri...
La spesa complessiva di tempo assorbita dal trasporto in una società cresce assai più in fretta del risparmio di tempo conseguito da un'esigua minoranza nelle sue veloci escursioni. Il traffico aumenta all'infinito quando diventano disponibili mezzi di trasporto ad alta velocità. Al di là d'una soglia critica, l'output del complesso industriale costituitosi per spostare la
gente costa alla società più tempo di quello che fa risparmiare. L'utilità marginale dell'aumento di velocità d'un piccolo numero di persone ha come prezzo la crescente disutilità marginale di questa accelerazione per la grande maggioranza."

Se dovessi riassumere ancor più brevemente:

"Oltre una velocità critica, nessuno può risparmiare tem­po senza costringere altri a perderlo."

45 anni dopo la pubblicazione di questi pensieri  le più fosche previsioni di Ilich sono realtà: morte, per incidenti ed inquinamento. Ore ed ore di immobilità nel traffico. Una trasversale, profonda e violenta distorsione della realtà a tutti i livelli e responsabilità della Società.
Infine, disuguaglianza, nella più pazzesca percezione di equità tra i milioni legati come schiavi alle cinture di sicurezza, in fila, che invece di portare i massi per costruire la piramide dell'imperatore dio, languono tra le lamiere spendendo tempo e reddito in sacrificio perenne all'automobile e al modo omicida con cui è usata oggi.
Perchè, mentre avete letto queste righe, qualcuno, di intossicazione da auto, probabilmente è morto.



9 gennaio 2018

Una bottega di Barbiere

Giusto per non iniziare l'anno con qualcosa di anche solo simile al classico piagnisteo migrante, vi racconto una cosuccia da niente che mi è capitata durante queste vacanze di Natale a Matera.
Mi sono tagliato i capelli.
Dallo stesso barbiere della mia infanzia.
Non c'è una particolare morale o chissà che storia dietro.
Ero poco più di un bambino, appena in grado di girare per il quartiere da solo.
E andavo da quel barbiere per tagliarmi i capelli, con relativa regolarità.
Il mio barbiere è un uomo gentile che mi ha visto crescere.
Ha visto le mie visite diradarsi più per le mie assenze che per la concorrenza.
Così, tra Natale e Capodanno, ho bussato, ho chiesto permesso.
Sono stato riconosciuto, accolto.
E mi sono stati tagliati i capelli con cura, tranquillità e professionalità.
Con tanto di ricevuta fiscale.
No, non ho parole su Memoria, ricordi di fragranze e profumi, voci e chiacchiere del passato.
Il mio barbiere mi ha tagliato i capelli facendomi sentire ancora a casa mia.
Lui con pochi altri. 
Tutto qua.

1 gennaio 2018

I buoni, di Luca Rastello: il punto di vista di un disadattato

Nell'ultimo film di Gozilla (Shin Gozilla) un funzionario giapponese nota come, nel pieno della crisi causata dal mostro, nessuno cerchi di approfittare della situazione e che tutti stanno facendo ben oltre il proprio dovere, senza respiro nè riposo ed esclama: "C'è ancora speranza per questo Paese".
Ho letto il bel romanzo di Luca Rastello, il romanzo del 'volontariato professionista'.
Non ho intenzione di farne una tardiva recensione, sarei poco originale e ci sono già scritti a riguardo che rispecchiano abbastanza il mio pensiero.
Mi sembra doveroso linkare anche una lettera dell'Autore in merito alle ovvie polemiche suscitate dal romanzo.
E' un mondo che conosco personalmente per trascorsi familiari pur  facendo parte solo di una delle più grandi organizzazioni di volontariato 'non professionista' italiane.
Non ho mai percepito uno stipendio, neppur fittizio, tanto meno in nero, per le mie attività di volontariato (che non si sono limitate, nel tempo, solo quelle di Capo Scout).
Qualche giorno fa ho scritto qualche parola sui miei trent'anni di scoutismo.
Alla luce della lettura di questo romanzo mi è (finalmente? Esageratamente?) chiara la sagoma dai contorni sfumati che turba fin troppo spesso le mie ore 'da buono' dedicate al Prossimo.
E' il Potere.
Da molti anni ho tracciato un confine netto tra il volontariato e quello che volontariato non è:
il denaro.
Se qualcuno percepisce un compenso, nella filiera della tua attività di volontariato c'è qualcosa che non va.
Mi pare ovvio che il Volontariato così condotto abbia dei limiti strutturali non potendo andare oltre certi livelli di efficacia.
E che, per fare di più, occorra una organizzazione, una struttura.
E, in mezzo alla struttura, appunto, il Potere.
D'istinto prima, col ragionamento, poi, ho iniziato ad avere i brividi e a provare ansia tutte le volte che mi trovo a leggere, ascoltare (e purtroppo anche a) scrivere parole come:

"non dimentica di sporcarsi le mani, metterci la faccia, mettere testa, di non tirarsi indietro, senza se e senza ma, e di guardare avanti, costruire futuro, speranza, e la memoria che si fa impegno, a piccoli passi ma con molta forza, e la fatica, il cammino, il primato della persona, soprattutto la condivisione, un cammino di condivisione, condivisione da costruire, senza se e senza ma, appunto, e il morso che ti permette di lavorare senza stipendio, la frusta dell’oltre, e sì, anche il passo lento del montanaro, e i muri che parlano e restituiscono memoria, dalla sede dei Piedi e dai beni confiscati, e soprattutto la legalità, e sempre la memoria."

Ora ho un secondo confine che riguarda anche me, nel mio servizio in Agesci.
Meno netto di quello del denaro, ma ancora più pericoloso: quello di far parte di una struttura che generi Potere.
Anche un Potere piccolo, magari quello dei Maestri di un tempo che ti hanno ispirato anche dei valori concreti, ma che poi pur di conservarsi il loro piccolo Potere su una piccola Assemblea magari diventano antisemiti, antivaccinisti e antispecisti, sempre anti, mai in errore.
La lettura di questo romanzo mi ha ricordato il passato fatto di colloqui dietro scrivanie affollate di crocifissi per contratti fasulli, per orari fasulli e fatica vera.
Mi ha ricordato la sacralità del Potere di chi poteva negarti col sorriso anche un colloquio chiarificatore: tutte cose del passato, ormai, un passato per me e i miei, un presente viscoso per troppa gente all'ombra dei buoni.

20 dicembre 2017

1987 - 2017 - parte seconda: Trent'anni di Scoutismo

Ho promesso al mio fraterno amico Luciano di regalargli il più proverbiale pippone logorroico sui miei Trent'anni di Scoutismo.
Ho pensato a lungo, per anni, sul significato ultimo di questa esperienza.
Una esperienza che ha un valore e consistenza diversa ad ogni età, anche nelle impercettibili differenze di ogni giorno che passa da adulti.
Quindi:


Ieri



Quello che ho vissuto da esploratore non è lo stesso che ho vissuto, poi, da Rover, giovane Capo, Capo Brevettato e, oggi, Padre.
Il mio primo ricordo scout risale all'infanzia.
Una visita alla sede scout di Piccianello assieme a mio Padre, anche lui Scout e Capo che quest'anno di anni di Scoutismo ne festeggia 60.
Dovevo avere non più di 4 anni perchè all'epoca abitavo in Via Istria in cui ho vissuto, appunto, fino alla fine del 1978.
Ricordo una luce calda ed una bevanda dolce in quel seminterrato pieno di cose strane ed affollato di 'grandi' vestiti tutti uguali.
Pareti ricoperte da cartelloni, lavori in legno, cordini intrecciati in maniera complicata.
Poi, il ricordo si sposta al mio ingresso in Reparto.
Il Reparto Sagittario aveva sede in un grosso garage/scantinato e le prime settimane non sono certo state idilliache: ci volle tempo per inserirmi.
Ma, una volta ingranata la quarta, non mi sono più fermato.
Molto semplicemente, lo scoutismo si incastrava perfettamente con la mia persona.
Gli anni di Reparto sono passati in un lampo.
Ricordo molto, ho dimenticato di più.
Quegli autobus di ritorno dai Campi, nel tramonto infuocato nel cuore della Lucania. Chi se li scorda quei momenti, ripetuti ed unici, con il Paradiso alle spalle e la realtà di fronte.
Nel mio caso, va analizzato il contesto: giovanotto di buona famiglia che vive in un quartiere dormitorio di una povera città del Sud.
Il Reparto è stato un porto sicuro ma non una scatola di bambagia. 
Le squadriglie maschili non corrispondono allo stereotipo tipo Qui Quo Qua / Giovani Marmotte.
Non c'è parlar forbito nè particolare affetto fraterno, all'inizio.
Anzi, visto che ci siamo, sgombriamo subito il campo da un piacevole luogo comune:
gli scout non sono il paradiso terrestre e dentro gli scout non si costruiscono sempre e per forza relazioni idilliache. L'amicizia alla "Stand By Me (o Stranger Things, per usare un paragone più moderno) si esaurisce spesso con l'adolescenza.
Da questo punto di vista, per me, lo scoutismo non ha rappresentato un qualcosa di completamente positivo, anzi, più alte erano le speranze e le aspettative più alte sono state, nel tempo, le delusioni e le disillusioni su un piano strettamente umano.
Nonostante tutto ritengo che una esperienza scout o paragonabile sia fondamentale per l'educazione di un giovane.
Non sto dicendo che sia impossibile farne di equivalenti altrove (si pensi, ad esempio, al caso Islanda in cui le attività extrascolastiche offerte a tutti i giovani hanno dato clamorosi risultati in termini di diminuzione di abuso di sostanze ed innalzamento della qualità della vita).
Lo studio di uno strumento musicale, una attività tipo teatro assieme ad una seria attività sportiva possono dare ottimi risultati.
Sto dicendo che una educazione grosso modo equivalente quella scout è parecchio onerosa se fatta privatamente.
I miei primi Otto anni di scoutismo sono stati densi di doni.
L'opportunità di riconoscere i talenti.
E il tempo dei Capi.
Le Persone, scoprirle tutte.
Le ragazze, fin da subito ragazze e mai oggetti.
Ricordo perfettamente il costante spaesamento, alle superiori, di fronte a linguaggi e a valori che non mi appartenevano. 
Per almeno due anni non sono riuscito a capire di cosa parlassero i miei compagni di classe.
Ecco, niente di tutto questo è mai successo nel Reparto e nel Clan.
Che valenza pratica ha avuto lo scoutismo nella mia educazione?
Mah, difficile dare una risposta univoca.
Per esempio, non sono mai riuscito ad imparare a suonare la chitarra ad orecchio: anche oggi senza accordi manco il Kamaludu...
Di contro, sono un discreto cuoco, un discreto infermiere, un discreto campeggiatore e me la cavo piuttosto bene con carta topografica e bussola.
Sarebbe presuntuoso definirmi un team leader, ma sono senz'altro un discreto team manager, nel senso che mi è rimasto l'imprinting di gestire le situazioni valorizzando il meglio di ognuno e questo è molto apprezzato in ambito lavorativo (E quando ho fatto la mia campagna elettorale, beh, è stata organizzata come una specie di Impresa di Squadriglia).
A livello emotivo lo scoutismo ha curato molti mali, ma ha anche lasciato una indelebile traccia positivista ed utopica che non sempre mi è stata utile:
l'idea di far parte di un gruppo di persone positive, costruttive, bravi ragazzi che sarebbero rimasti uniti fino a spazzar via un bel mucchio di monnezza dalle vite di chi ci stava accanto, beh, questo non lo metterei proprio col segno '+' di default.
Perchè l'idealismo non mi ha proprio avvantaggiato, nella vita.
La pausa universitaria ha piantato un chiodo di nostalgia nel mio cuore, tant'è che, laureato a Marzo, a Maggio ero già di nuovo sulla Pista.


Oggi



In questi anni lo scoutismo ha aumentato la sua importanza sociale.
Di molto.
Ma non perchè i Capi siano decuplicati o siano diventati più bravi.
E' tutto il resto del tessuto sociale che è rimasto indietro.
Ormai in certe periferie, troppe, ci siamo solo noi scout.
Spero che siano in pochi, tra i miei lettori, ad immaginare il sollievo che fin troppi ragazzini devono provare quando varcano la soglia della Quercia, della Tana, della Sede.
Lì non ci sono professori amareggiati, genitori divorziati, bulli, ansiolitici e povertà.
Non ci sono cellulari da desiderare, vuoto da riempire, cose da dimostrare.
C'è un sorriso, qualcuno che ascolta invece di dirti cosa fare.
Non c'è giudizio, ma confronto.
Non ci sono casermoni di periferia e squallide fermate di autobus vandalizzate, dentro le Sedi, ma calore e colori.
Chi altro è in grado di portare questo sollievo?
In tanti, è vero, non siamo presuntuosi. Ma non per così molti.
L'Agesci è una associazione molto efficace nel raggiungere i suoi obiettivi.
E' sempre meno efficiente (per raggiungere gli stessi risultati degli anni '80 servono, ormai, almeno il triplo delle ore/uomo).
Ed è certo che esistano delle realtà di volontariato specializzate ancora più efficaci, ma qui parliamo di quasi duecentomila persone (150mila ragazzi), che non si adagiano mai sugli allori.
Il mio rientro in Servizio, quindi, mi ha visto acerbo ma consapevole di altre realtà sociali, economiche e di Servizio.
Ho incontrato la povertà, la violenza, la disperazione post terremoto, la solitudine e soprattutto il desiderio di ascolto.
La necessità di un adulto che ascolti, che non ordini, che non si nasconda dietro un cellulare.
Io sono tutt'altro che perfetto e sono piuttosto sicuro di essere parecchio incoerente, ma non è poi troppo difficile mantenersi coerenti nel Servizio, cosa che non è semplicemente utile ai ragazzi, è consolatorio, rassicurante: l'Isola che non c'è non solo esiste ma è anche abitata.
Ecco perchè, tra Politica, Ambiente, Software Libero e Cicloattivismo, ad esempio, ho scelto lo Scoutismo.
La mia tessera Agesci ha bollini quasi ininterrottamente dal 2004 (e il primo della tessera da 'adulto' è del 1995).
Ormai, gli anni da Capo hanno superato quelli da Esploratore e Rover.
E', questo, il tempo di Comprendere, non di essere compreso.
Chi legge queste pagine sa che non risparmio all'Agesci nessuna critica per ogni minima imperfezione, ma quando si tratta di tirare le somme dubito che ci siano realtà più efficaci dello scoutismo nell'obiettivo di aiutare bambini, ragazzi e giovani adulti a realizzarsi nella felicità.
E, facendo polemica, ci riesce proprio perchè ci sono degli spaccamaroni a cui non piace la deriva tipo #buonascuola sul metodo, gli ossimori sulla formazione e le sforbiciate allo scouting e non si limitano a fare spallucce e fregarsene.
Come i ciclisti, anche gli scout sono malvisti dai più e per le stesse identiche ragioni.
L'ignoranza (e l'invidia?) porta a guardare con sospetto i "bambini vestiti da cretini guidati da cretini eccetera".
L'uniforme è presa a garanzie di simpatie militariste, la spiritualità (uso questo termine per includere tutti gli scout) è vista come un letale mix di ingenuità e bigotteria.
Ma è innegabilmente oggettivo che, negli ultimi 40 anni, l'Agesci è stata parte delle Soluzioni.
E' una palestra di educazione civica ed ambientale, una scuola di tolleranza ed un potente vaccino collettivo contro l'arroganza da italiano medio, il fascismo (e anche l'antisemitismo) che dilaga tra la gioventù.
E' un luogo di cultura e non solo di scarponi e zaini.
E' davvero uno dei Pilastri della Chiesa, quella giovane, che agisce più di quanto parli.
Il Cattolicesimo che vive nelle Sedi Scout non è mai di maniera: o c'è, nel sentire e nelle azioni di ragazzi e capi, o non c'è, anche quando siamo tutti schierati a parata.
In Agesci si legge, si scrive, si fa musica, teatro, 
E anche per quanto riguarda la famigerata questione di genere, l'Agesci è una realtà in cui la parità tra i sessi è completa e consolidata.
Non esiste, appunto, una questione di genere in Agesci: una ragazza di vent'anni appena entrata in Comunità Capi sarà corresponsabile esattamente come un vecchio elefante con brevetto e anzianità.
In Agesci argomentazioni tipo:
  • Sono più anziano;
  • Ho un livello di formazione superiore;
  • Ho un'esperienza molto maggiore alla tua 
Non hanno significato, soprattutto nel rapporto tra uomini e donne.
La nostra Diarchia funziona in maniera da dare un esempio concreto di collaborazione tra i sessi impostata a tutti i livelli: dal più piccolo Lupetto/Coccinella al Rover sul punto di concludere il suo percorso Scout tutti si trovano di fronte non il tradizionale paternalismo italico ma qualcosa che, forse, non c'è nemmeno in Scandinavia: la parità senza quote, la parità come collaborazione, la parità come naturalezza della complementarità tra Uomo e Donna.
Ogni bambina, ragazza, giovane donna, troverà nel suo percorso solo l'assoluta parità e complementarietà tra i suoi capi: una donna ed un uomo, non l'una o l'altro, ma entrambi assieme alla guida della Comunità.
Gli scout si mettono in cerchio perchè nessuno resti fuori e tutti possano guardarsi in faccia e questo modo di fare si conserva nel tempo.
Anche il mondo del Lavoro si è accorto delle potenzialità dello scoutismo e con colpevole ritardo, direi:
Ma pensateci un po' due minuti:
quale giovane donna/uomo di poco più di vent'anni ha come referenze la comprovata capacità di gestire la logistica di un campo scout?
Parliamo di trovare alloggio ad una cinquantina di persone, calcolare i fabbisogni di acqua, spaghetti, pane, latte, uova, detersivi, sapone, disinfettante.
Saper gestire  latrine, sicurezza, logistica, coordinamento con le autorità, permessi e normative, programmare al minuto 7-10 giornate di una quarantina di bambini o ragazzi , oh, francamente, ho incontrato ben pochi manager aziendali dotati di una capacità gestionale anche solo paragonabile.
Il mio essere Capo ha queste origini.
Oggi sono a mezzo servizio:
non posso partecipare ai campi e riesco a stento a star dietro agli impegni ordinari di Branca.
Ma la messe è troppa e ogni chicco una Vita.



Domani

Io non so per quanto reggerò.
Perchè, purtroppo, i numeri dimostrano inconfutabilmente che il ruolo di Capo in Agesci è INsostenibile, come le fonti di energia basate su combustibili fossili.
A Giugno completerò il mio quarto anno come Aiuto Capo Cerchio, poi si vedrà.
Ma voglio pensare seriamente al futuro del mio Servizio e a quello della mia amata Agesci.
Purtroppo, dati alla mano, la permanenza media di un Capo in Co.Ca. è inferiore al tempo medio necessario per ottenere la Nomina a Capo.
Questo significa, tanto per cominciare, che un sacco di unità sono condotte da Capi senza formazione completa.
Il che non è poi così grave come potrebbe sembrare.
Purtroppo, si va diffondendo un'idea dello scoutismo simil #buonascuola, ma ne ho già parlato abbondantemente in passato e non mi dilungherò.
Prima o poi ci si stanca di un servizio emotivamente e fisicamente così impegnativo?
No, secondo me ci si stanca degli extra e degli optional.
Ma è una mia opinione.
I numeri, anche quelli straottimistici pubblicati recentemente sulla stampa associativa Emiliana, sono catastrofici:
Il Servizio medio di un Capo dura meno di 4 anni e mezzo.
E ne servono 6, sempre in media, per diventare Capi Brevettati.
Ripeto: non mi voglio lanciare in analisi perchè non è questo lo scopo di questa mia riflessione.
Ammesso e non concesso che fosse passabile un paragone tra un Gruppo Scout ed una Scuola, bisogna schiaffarsi in testa che il ruolo del Capo non sarebbe quello dell'insegnante, ma quello del bidello o dell'autista dello scuolabus.
Lo Scoutismo non va avanti per grazia dei Capi splendidi e formati, ma perchè è un metodo educativo naturale, nel senso letterale del termine.
E a me piacerebbe che sempre più ragazzi avessero l'opportunità di crescervi dentro.
Al momento non è possibile e in molte realtà le liste d'attesa sono una dolorosa necessità.
E' vero, lasciare fuori  da una Comunità Cristiana qualcuno non è bellissimo.
Se ci sono bambini/ragazzi che vogliono fare scoutismo e non è possibile accoglierli perchè rischioso (fisicamente) ed irragionevole andare oltre certi numeri io credo che la soluzione sia nella sostenibilità del Servizio di Capo:
l'unico modo per allargare il cerchio è rendere il Servizio Sostenibile senza impantanarsi sui singoli segmenti dei vari problemi (sì, la formazione pensata per insegnanti degli anni '80 è un problema ma non è l'unico) ma ragionando a tutto tondo sullo Scoutismo per il XXI Secolo: formazione, programmazione, attenzione ai singoli e taglio degli sprechi di risorse.
Aevoglia a scrivere, su Proposta Educativa, articoli ecumenici sull'uso del tempo razionale, sulla necessità di non abusare delle energie dei capi... tanto due pagine dopo si trovano sempre nemmeno troppo velati inviti a gettare il cuore oltre l'ostacolo perchè se non ce la fai vuol dire che non ti azzecca e sei pigro e poco motivato: è colpa tua, Capo, che non ti formi e se dopo 5 anni ti sei stancato di avere al più 7 sere libere al mese vuol dire che non ami abbastanza lo scoutismo.
Ecco, sarebbe anche il caso di piantarla anche perchè ne va della qualità del Servizio: un Capo che non vive la quotidianità al di fuori delle Sedi e dell'ufficio e non ha altri interessi intacca gravemente la propria Testimonianza ed efficacia.
Non abbiamo bisogno di persone disposte a stare in sede ad libitum ma di gente che sa lavorare, ha piacere ad andare al Cinema, ai concerti, passare un week end con famiglia ed amici in un museo e che non sia solo il felice abitante dell'Isola che non c'è.
Insomma, alla fine, trent'anni dopo, penso sempre, dopo una riunione, che forse dovrei insegnare alle bambine la furbizia e la sopraffazione e non a dire tutti quegli 'eccomi'.
Ma queste bambine devono imparare a resistere: alla violenza, al neofascismo, al sessismo, allo stupro dell'ambiente, alla demolizione della Coesione Sociale e alla strumentalizzazione della Fede.
Penso che gli 'Alti' Ideali che ho inseguito da giovane e che sembrano il leitmotiv associativo sono troppo alti.
Il Pensare Alto non fa per me.
Da Ingegnere aerospaziale vi garantisco che troppo in alto manca l'ossigeno e si pensa male a quello che resta a Terra.
Sopra una certa quota volano solo i Palloni Gonfiati e nessuno di loro raggiungerà mai le Stelle.
Penso che, se qegli Alti Ideali si sono dimostrati futili pretesti per la vuota autoconservazione di certa classe dirigente del BelPaese, i Valori dello Scoutismo mi sono rimasti appicciati addosso anche quando mi sarebbe stato comodo lavermeli via di dosso.
Penso che se un giovane cattolico omosessuale ha speranza di accoglienza piena e completa ce l'ha tra i suoi fratelli scout e non perchè siamo migliori, ma solo dannatamente abituati chiudere quel benedetto cerchio e a non lasciare fuori nessuno.
Penso che, alla fine, quello che conta è mettersi l'uniforme tutti i sabati, sorridere e cantare e concentrarsi per decifrare ogni sorriso, ascoltare ogni "Bill, lo sai che..." come se fosse la più preziosa delle rivelazioni.
Penso che bisogna riflettere molto, molto, trarne conclusioni che non stonino rispetto a Scouting for Boys e lasciarsi alle spalle ansie, aziendalismo e grafici di produttività, indicatori e altre cose più adatte all'industria che alla Strada.
Lo scoutismo mi ha accompagnato per gran parte della mia Vita e solo con molta razionalità astratta posso accettare che prima o poi me ne dovrò andare in pensione.
E' già abbastanza difficile immaginare di dover lasciare le Coccinelle, seppur per il bellissimo Reparto o per il magico Clan.
Poi, oh! Alla fine, qua si semina gioia e tanto basti.

Canzone del giorno: Eirene.